A cosa servono i sogni

“Chi s’interessa di sogni dovrà riconoscere come fenomeno comune, io penso, il fatto che essi testimoniano di nozioni e ricordi che riteniamo di non possedere durante la veglia”. A dirlo è niente di meno che Sigmund Freud, padre della psicanalisi, che nel 900 con la sua celebre opera “L’interpretazione dei sogni” cercò di spiegare questa modalità di funzionamento dell’apparato psichico umano.

Tutti sogniamo, dai bambini ai più grandi (anche se è dimostrato che l’attività onirica diminuisce con il passare con l’età), addirittura gli animali sembrano poter sognare. Ma perché sogniamo? A cosa servono i sogni? Che correlazioni ha con il nostro fisico, la nostra mente e, soprattutto, il nostro cuore?

Ce lo spiega una ricerca dell’Università della California, a San Diego. I sogni ci aiutano a risolvere i problemi. Alla base di questa risposta c’è un test di creatività, chiamato Remote Associates Test, il cui funzionamento è questo: vengono presentate tre parole (“Natale”, “quercia”, “maestro”) e bisogna trovarne una quarta che possa essere abbinata a tutte e tre (in questo caso potremmo azzardare “albero”). Questo test è stato effettuato sullo stesso gruppo di persone per due volte nell’arco della giornata. L’unica differenza è che, tra una prova e l’altra, alcuni teste dovevano restare svegli mentre agli altri veniva chiesto di dormire.

Una volta svegli, la performance di risposta migliorava del 40% quando si raggiungeva la fase REM, quella in cui nascono e si sviluppano i sogni. Ma perchè? Perchè i sogni, dicono i ricercatori, creano nuove connessioni cerebrali che rielaborano le informazioni, facendo sorgere nuove idee e trovando così nuove informazioni.

L’Università di Berkeley, sempre in California, ha osservato invece grazie alla risonanza magnetica funzionale, che rivedendo immagini a forte impatto emotivo dopo aver sognato, l’amigdala, la parte del cervello che gestisce le emozioni, risulta meno reattiva. I sogni quindi rendono meno forte l’intensità emotiva degli eventi, facendo sì che i ricordi diventino più neutri e sia più facile superare le esperienze negative.

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I sogni inoltre sono un vero e proprio backup della nostra memoria: sognare permette di selezionare le informazioni immagazzinate durante il periodo di veglia, scartando il materiale da eliminare (tramite il meccanismo dell’oblio) e distinguendo il materiale da ritenere. Come quando cliccate su “Gestione Attività” nel vostro smartphone: il sogno fa la stessa cosa, passa in rassegna la nostra mente, la ripulisce e mantiene aperto solo quello che gli serve effettivamente. Secondo Robert Stickgold della Harvard Medical School di Boston infatti la prima fase del sonno servirebbe a rafforzare e a sedimentare i ricordi. La fase REM consentirebbe invece di confrontare le varie esperienze ed integrare quelle nuove con quelle già archiviate.

Inoltre sognare soddisfa parte dei desideri che non sono stati realizzati durante la veglia. Se avete passato una brutta giornata, insomma, dormirci su è veramente una buona soluzione.

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