#MuslimBan, l’industria dei videogiochi contro la mossa di Trump

Game Developers Conference

C’è mezzo mondo là fuori che manifesta ed esprime il suo malcontento per la stretta sull’immigrazione del neo-inquilino della Casa Bianca: Trump vieterà, per i prossimi mesi, l’ingresso negli Stati Uniti a chi proviene da sei paesi a maggioranza musulmana (da qui il nome #MuslimBan).

Contro le sue mosse si sono schierati attori, cantanti, personalità di Hollywood e tutti i nomi più popolari della Silicon Valley (Google, Amazon, Microsoft…). A questi si aggiungono procuratori generali che considerano il provvedimento costituzionalmente illegittimo, e il nuovo ministro della giustizia, già “liquidato” per non aver saputo difendere il decreto come avrebbe dovuto. Nello scenario di proteste anti-Trump rientra quella dell’industria dei videogiochi, per niente d’accordo con la mossa del presidente.

La Game Developers Conference, la prima grande fiera del videogame dell’anno che si terrà a San Francisco tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, proprio quando entrerà in vigore il blocco, ha dichiarato ufficialmente “Siamo inorriditi per il #MuslimBan. Naturalmente rimborseremo i partecipanti interessati e continueremo a lottare”.

L’ESA, l’Entertainment Software Association, incaricata di organizzare ogni anno l’E3, (le date da segnare sul calendario vanno dal 13 al 15 giugno, con l’evento che sarà ospitato dal Los Angeles Convention Center), si è assunta la responsabilità di rappresentare gli interessi dell’industria dei videogiochi e di organizzare incontri a Washington per discutere dello stato del settore nel paese.

Intanto, attraverso un comunicato, l’associazione ha invitato la Casa Bianca a riconoscere l’importanza che rivestono i contributi provenienti da ogni parte del mondo nel settore dell’entertainment, importanza dimostrata dal grande numero di stranieri presenti nelle aziende appartenenti all’associazione tra cui EA, Activision, Microsoft, Sony, Nintendo, Bethesda, Ubisoft o Blizzard.

Il comunicato solleva interrogativi sulle conseguenze che una tale mossa potrà avere sui videogiochi sviluppati negli Stati Uniti. “Come forza trainante nel settore dell’entertainment, l’industria videoludica è uno dei principali volani nella produzione di contenuti e di innovazione a livello mondiale. Se da una parte riconosciamo ovviamente l’importanza di mantenere la sicurezza nazionale e proteggere il nostro Paese è uno degli obiettivi primari, dobbiamo anche sapere che le nostre aziende si basano su talenti nazionali, ma anche provenienti da altri Paesi. Dobbiamo fare in modo che possano continuare a supportare l’economia americana garantendo la loro partecipazione a questa crescita. Le nostre azioni e parole come nazione devono contare sul sostegno di coloro che partecipano alla nostra economia“.  

Ted Price, autore di videogiochi e imprenditore statunitense, presidente e amministratore delegato di Insomniac Games, società da lui stesso fondata nel 1994, si è aggregato alla protesta registrando un videomessaggio per Trump, nel quale ha sottolineato che team come il suo sono composti tenendo conto del talento delle persone, non della loro religione o di cosa c’è scritto sul loro passaporto.

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